


Una mattina di un paio d’anni fa in metro, ho sentito di un ragazzo che ha superato la linea gialla con un salto, e così ha buttato la sua vita. A me m’era sembrato uno spreco gettà una moneta a Fontana de Trevi - visto che a Roma ce vivo -, e quello ha buttato via tutto il cucuzzaro: se stesso, i suoi ricordi, e la vita di sua madre, che non sarebbe mai più stata la stessa, dopo quel salto.
Lou Reed - Perfect day
L'Handel Pass è uno dei salti più desiderati da chi pratica kite. E' una manovra che richiede molta preparazione a terra e un'ottima preparazione fisica anche per evitare infortuni...
- Senti te la posso fare una domanda?
- Certo.
- Come mai dai retta a uno come me...

Sara Spizzichino
Intervallo [Wonderland]
Lambda print
cm. 50x50
2007

Down the rabbit hole diventa metafora del momento di passaggio da una realtà concepibile razionalmente, a un’altra in cui l’imprevedibile e il non senso svolgono un ruolo di fondamentale importanza.
Il fuori fuoco dell’immagine evoca la visione nel sogno, e al contempo la mancanza di un’osservazione nitida nello spazio vuoto e buio della propria coscienza.
Le due figure, nella loro immobilità mostrano una situazione d’interludio senza fine, che lascia tutto sospeso bloccando lo scorrere del tempo e ogni sorta di azione possibile. Metafora dell’attesa e dell’inconcludenza umana, che racconta e celebra l’uomo attraverso i suoi limiti.
Estratto da un lavoro che prende il nome dal meraviglioso paese in cui l’eroina Alice si perde mentre è alla ricerca di ciò che va oltre la realtà, Unimportant è una delle tappe fondamentali all’interno di Wonderland, in cui l’identità gioca continuamente con l’identità: contenuta in una scatola assimilabile al teatro dove è in scena il genere umano, questa confina il corpo dell’artista al ruolo di scenografia, un allestimento scenico a metà strada tra la parodia e il pathos.
Il tempo viene attraversato dall’esperienza soggettiva, dunque trasformato: se nella musica ascoltiamo gli intervalli con leggera sospensione, in Unimportant ascoltiamo i silenzi rivolti esclusivamente al nostro inconscio.
Avvolta nell’oscurità, come nel sogno, la tana del coniglio è il ponte che collega reale e immaginario: un ingresso verso il cambiamento, reso possibile attraverso la mente. Sospesa all’interno di un vuoto oscuro nei paradossi dell’essere, Sara Spizzichino disegna un autoritratto fiabesco entro il quale ognuno può, come Alice attraverso lo specchio, riflettersi.
Sara Spizzichino vive e lavora a Roma.


Confondere il linguaggio. Il problema della metamorfosi, la questione dell’identità multipla e mutante è una tematica che nel Novecento ha prevalso nelle differenti espressioni artistiche, abbracciando diversi tipi di linguaggio. A loro volta, anche le differenti tipologie dei linguaggi artistici, come la letteratura, la pittura, la musica e il cinema hanno subito delle sensibili trasformazioni, che le hanno portate spesso a coesistere. Potremmo addirittura arrivare a considerare una metamorfosi dei vari linguaggi, che si sono fatti a loro volta mutanti, laddove, come ad esempio nel Dada[1], assistiamo ad una coesistenza di stimolazioni visive e verbali, come se ci trovassimo di fronte ad un prolungamento, una sorta di arto artificiale che viene aggiunto a ciò che prima era catalogabile all’interno di generi scanditi razionalmente. Ciò che prima era pittura, nel Novecento potrebbe non essere definita propriamente tale, perché connessa a un linguaggio verbale Così anche la letteratura viene in qualche modo “potenziata”, completata da ibridazioni che tuttavia fanno restare le differenti espressioni artistiche sospese perennemente tra l’una e l’altra.
Ancora oggi, tra gli artisti, chi potrebbe avere la certezza di definirsi pittore o fotografo al cento per cento? Ciò che prima era sicuramente riconoscibile come una specifica attitudine ora lascia il posto a ibridazioni e invasioni di un genere nell’altro.
Metaforicamente è da considerarsi forse come una testimonianza della profonda crisi d’identità che ha colpito il Novecento, che porta l’uomo a superare i confini del bene e del male, ad oltrepassare ogni limite che sia buono o cattivo.
All’interno di questo contesto sicuramente spaesante, c’è una questione fondamentale, che di fatto non è mai cambiata, sebbene nei secoli sia forse cambiato il modo di approcciare ad essa. Nonostante i vorticosi cambiamenti e le ibridazioni dei linguaggi, nonostante la mescolanza di stili e l’appartenenza da parte degli artisti a diversi movimenti artistici nello stesso tempo, c’è una costante di notevole importanza, che riguarda l’autoritratto: l’artista, nonostante tutto, ha da sempre continuato ad autoritrarsi.
[1] Movimento artistico che nasce a Zurigo nel 1916, quando