


Una mattina di un paio d’anni fa in metro, ho sentito di un ragazzo che ha superato la linea gialla con un salto, e così ha buttato la sua vita. A me m’era sembrato uno spreco gettà una moneta a Fontana de Trevi - visto che a Roma ce vivo -, e quello ha buttato via tutto il cucuzzaro: se stesso, i suoi ricordi, e la vita di sua madre, che non sarebbe mai più stata la stessa, dopo quel salto.
Confondere il linguaggio. Il problema della metamorfosi, la questione dell’identità multipla e mutante è una tematica che nel Novecento ha prevalso nelle differenti espressioni artistiche, abbracciando diversi tipi di linguaggio. A loro volta, anche le differenti tipologie dei linguaggi artistici, come la letteratura, la pittura, la musica e il cinema hanno subito delle sensibili trasformazioni, che le hanno portate spesso a coesistere. Potremmo addirittura arrivare a considerare una metamorfosi dei vari linguaggi, che si sono fatti a loro volta mutanti, laddove, come ad esempio nel Dada[1], assistiamo ad una coesistenza di stimolazioni visive e verbali, come se ci trovassimo di fronte ad un prolungamento, una sorta di arto artificiale che viene aggiunto a ciò che prima era catalogabile all’interno di generi scanditi razionalmente. Ciò che prima era pittura, nel Novecento potrebbe non essere definita propriamente tale, perché connessa a un linguaggio verbale Così anche la letteratura viene in qualche modo “potenziata”, completata da ibridazioni che tuttavia fanno restare le differenti espressioni artistiche sospese perennemente tra l’una e l’altra.
Ancora oggi, tra gli artisti, chi potrebbe avere la certezza di definirsi pittore o fotografo al cento per cento? Ciò che prima era sicuramente riconoscibile come una specifica attitudine ora lascia il posto a ibridazioni e invasioni di un genere nell’altro.
Metaforicamente è da considerarsi forse come una testimonianza della profonda crisi d’identità che ha colpito il Novecento, che porta l’uomo a superare i confini del bene e del male, ad oltrepassare ogni limite che sia buono o cattivo.
All’interno di questo contesto sicuramente spaesante, c’è una questione fondamentale, che di fatto non è mai cambiata, sebbene nei secoli sia forse cambiato il modo di approcciare ad essa. Nonostante i vorticosi cambiamenti e le ibridazioni dei linguaggi, nonostante la mescolanza di stili e l’appartenenza da parte degli artisti a diversi movimenti artistici nello stesso tempo, c’è una costante di notevole importanza, che riguarda l’autoritratto: l’artista, nonostante tutto, ha da sempre continuato ad autoritrarsi.
[1] Movimento artistico che nasce a Zurigo nel 1916, quando

Il giudizio si vede dai denti...

7 Rue Simon Le Franc. Paris, October 2004. Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
Niente ascensore. Una scala a chiocciola e quattro piani in salita. Una grande porta blu che fatica ad aprirsi perchè inciampa sempre su un'ingobrante moquette che una volta era beige. Ho capito che cominciavo a sentirmi a casa quando senza pensare ho tagliato la verdura sul lavandino. Di sopra, sul soffitto, le travi di legno scricchiolano come ossa invecchiate di un palazzo che non ce la fa più a stare in piedi, e si lamenta come un operaio quando alle nove di sera gli si chiede di alzarsi per rispondere al telefono. Due grandi finestre si affacciano sul cortile sempre umido. Oltre il cortile, Parigi.

Notre Dame. Paris, November 2004.